La Lanterna

L’origine di una torre al Capo di Faro è ancora incerta, né si conosce chi fu il primo artefice, né tantomeno l’anno in cui fu eretta. Una prima notizia risale all’anno 1128 in cui era stato emanato un Decreto per la guardia alla torre della Lanterna. Erano stati designati ad assolvere questo compito i cittadini di alcune borgate della Val Polcevera – Torbella, Sassanedo, Porcile, Cavannuccia e in più quelli di Granarolo, mentre altri, quelli di Borzoli, Sestri, Priano e Burlo, esentati da questo servizio obbligatorio erano tenuti a fornire ognuno un fascio di legna all’anno per mantenere acceso il fuoco del faro durante la notte.La torre era nata soprattutto come opera militare, posta sul limite estremo di un promontorio roccioso che vigilava sia sulla strada romana che, per raggiungere Genova, doveva deviare verso il mare girando attorno alla collina di Promontorio, sia sul movimento di tutte le imbarcazioni che si avvicinavano o che tentavano di penetrare nel porto. Le cronache riportano che nel 1318 – due secoli dopo quel primo documento – durante la guerra tra Ghibellini e Guelfi, questi ultimi si chiusero in difesa al Capo di Faro, ma i Ghibellini riuscirono ad espugnare la torre, iniziando a scavare una “mina” nelle sue fondamenta. Nei cinque anni che seguirono, la torre ritornò in mano dei Guelfi, i quali la restaurarono e in un secondo assedio, per difendersi ancora più efficacemente dal pericolo delle mine, vi costruirono ai lati due rivellini. Nel 1507 Genova fu sottomessa dal Re Luigi XII di Francia; per poter mantenere il controllo sulla città, al Capo di Faro fu decisa la costruzione di una fortezza che i genovesi chiamarono La Briglia: freno alla loro collera e al loro desiderio di libertà.L’ingegnere militare incaricato alla costruzione – certo Paul Beusserailhe Signore d’Espy dette inizio ai lavori con la demolizione dell’antica torre, ma i genovesi con una buona offerta di monete d’oro lo convinsero a conservarla in parte, incorporandola entro le mura della nuova fabbrica.
La Briglia subi poi l’attacco dei genovesi e fu difesa sotto il comando del Vicario La Rochechouart, ma il 26 marzo 1514 il Doge Ottaviano, in un ultimo assalto, costringeva gli assediati alla resa e ordinava la totale demolizione della Fortezza francese. Durante quell’assedio, la Lanterna nella sua parte superiore fu molto danneggiata dai colpi dell’artiglieria genovese.


Ridotta a metà della sua altezza, la torre rimase inservibile fino al 1543, anno in cui fu decretata la sua ricostruzione.
Il lavoro di restauro e di reintegrazione durò poco più di un anno e fu eseguito da alcuni maestri Antelami tra cui un Donato di Balerna e un certo Bernardo da Cabio; a dirigere la squadra dei “piccapietra” fu il maestro Martino d’Arosio lo stesso che si incarico di scolpire le balaustre in pietra di Finale, oggi purtroppo sostituite con colonnine di cemento. A lavoro compiuto fu murata all’interno una lapide, la cui scritta conferma la distruzione parziale della torre durante l’assedio <…QUEM MDXII IN OPPUGNATIONE ARCIS LANTERNAE TORMENTIS DIRUTA FUERAT>.
La Lanterna inoltre fu ricostruita, probabilmente come allude lo stesso Podestà ad una altezza maggiore della primitiva torre. Un’altra lapide sulla facciata nord, murata forse all’altezza in cui giungevano i resti di quella mezza torre, riporta semplicemente l’indicazione dell’anno 1544, in cui furono terminati i lavori.
L’Alizeri attribuisce il progetto di ricostruzione a Giovanni Maria Olgiati e a conferma di ciò cita un manoscritto del 19 febbraio 1543 in cui la Signoria si dice soddisfatta del suo lavoro; ma in quell’epoca certamente i lavori alla torre non erano neppure iniziati, per cui l’Alizeri si confonde con la lettera di riconoscenza concessa all’Olgiati per la costruzione della cinta bastionata. Il Podestà con un’indagine molto più approfondita condotta sui libri dei Padri del Comune sotto il titolo «Expense fabrices Turris capitiis faris » attribuisce la quasi totalità dell’opera di restauro al maestro d’Antelamo Francesco da Grandria, coadiuvato forse da Bernardino da Cabio. La torre, come quella precedente del XIV sec., fu ricostruita seguendo lo stesso schema architettonico trecentesco dei due slanciati volumi sovrapposti di pianta quadrata.

La parte superiore misura al primo ballatoio m. 7,10X 6,63 (palmi 29 x 27) mentre il perimetro della balaustra corrispondente all’incirca alle misure di base della parte inferiore è di m. 9,45X9,87.Sia nel corpo inferiore che in quello superiore il rapporto totale compreso il doppio ordine di mensole e cornici è di circa uno a quattro, tra larghezza e altezza, per cui risultano due volumi estremamente puri, bene armonizzati nella loro reciproca proporzione e nettamente distinti dal motivo ricorrente del doppio ordine di mensole aggettanti. Mentre il primo ballatoio è chiuso da un alto parapetto pieno, terminante con una cornice che sembra concludere la parte architettonica inferiore con un’ombra nitida e scurissima, il secondo termina invece con un’aerea balaustra dalle semplici colonnine a doppio fuso, caratteristiche del XVI sec. Ripetendo lo stesso partito della torre precedente, anche la Lanterna del XVI sec. avrà in asse di ciascuna facciata delle piccole monofore molto distanziate l’una dall’altra: semplici fori rettangolari per dar luce ed aria nell’interno. Nell’angusta cavità centrale, sulla parete interna dei quattro muri perimetrali che raggiungono alla loro base lo spessore di circa tre metri, si arrampica una scala appoggiata su archi rampanti; come ci informa il libro delle “Expense” essa aveva tutti i gradini in pietra di Lavagna.Nel 1626 la torre della Lanterna fu scelta come punto di partenza puramente simbolico della Grande Cinta e a settentrione di essa fu murata la prima pietra di quell’opera gigantesca; alla sua conclusione nel 1633, la torre divenne parte integrante delle nuove fortificazioni.

Mappa Lanterna