Castelletto

Forte distrutto, si ergeva sulla spianata di Castelletto, incombente sul centro cittadino. Fu costruito e demolito in più riprese, l’ultima definitiva distruzione e del 1848.
Rivestiva il compito di controllare la città in caso di sommossa o di essere l’ultimo caposaldo in caso d’invasione.
La fortezza fu sempre invisa ai Genovesi che la ritenevano un simbolo di oppressione in quanto nei periodi di dominazione straniera qui vi stanziavano le truppe di occupazione.

Come la Bastiglia essa fu atterrata a furor di popolo. In epoca romana il colle era indicato come “Monte Albano”: la prima  denominazione “Castellum” la troviamo in un documento del 952, e vari annalisti parlano di una torre di avvistamento ivi esistente da tempi remoti. Questa serviva per la difesa dell’abbazia del Carmine; allora in aperta campagna ed esposta alle scorrerie saracene.
Con la costruzione delle mura dette del “Barbarossa”, la torre fu ricostruita e venne a far parte integrante della cinta come elemento difensivo di primaria importanza, essendo quella la posizione più a monte.

Nel XIV secolo fu teatro di scontri fra le fazioni cittadine; la torre infatti era tenuta dai guelfi che controllavano diversi quartieri e sobborghi, ma questi furono soppiantati nel 1335 dai ghibellini aiutati dai Savonesi.
Per por fine alle guerre intestine nacque il proposito di abbattere la torre, la città fece atto di sottomissione al re di Francia Carlo VI. Questi inviò il tirannico governatore Jean le Maigre detto Boucicault, il quale invece di demolire la torre la fece rinforzare e strutturò la collina di Castelletto con una cittadella dalla forma vagamente rettangolare con torri agli angoli, come ci mostra la veduta della città “Genua Urbs Maritima”. La cinta fortificata si stendeva quasi fino al convento di S. Francesco, presso cui aveva la sua porta d’ingresso. Nel 1409 i Genovesi assalirono la fortezza simbolo della tirannide e cacciarono i Francesi.
La distruzione del Castelletto avverrà in seguito ad un’altra sommossa, il duca di Milano Filippo Maria Visconti chiamato a governare Genova restaurerà il Castelletto, che fu nuovamente preso dai Genovesi stanchi delle angherie del governatore Trivulzio. Il Conte di Carmagnola nel 1421 lo ristrutturò e nel 1435 fu nuovamente assalito dai Genovesi che costrinsero il governatore alla resa.

Spianata di Castelletto, Belvedere Luigi Montaldo

Il forte questa volta venne raso al suolo perché costituiva perenne minaccia all’indipendenza della città, ma già nel 1448 si costruì un’altra fortezza; diversa dalla precedente rocca medievale, ed adatta all’uso delle artiglierie.
Agli inizi del XVI secolo Genova tornò sotto l’influenza francese, e la fortezza rappresentava un’eccezionale posizione per dominare la città. Il governatore Galeazzo di Salazar, detto “Principe de li diavoli” spadroneggiava a tal punto che la città insorse nel 1527 assediando Castelletto. La rivolta fu soffocata dall’arrivo dell’armata di Luigi XII.
L’anno successivo un’altra rivolta porterà alla totale distruzione del castello. Nel secolo XVI gli Spagnoli espressero l’intenzione di ricostruirlo, ma la fiera opposizione di Andrea Doria ne impedì il risorgere.
I fondi ed i ruderi del castello furono occupati da botteghe e laboratori privati, nel 1531 vi fu trasferita la fabbrica delle polveri, prima situata nel palazzo vescovile ed esplosa accidentalmente. Nel XVII secolo si riadattarono dei locali per ospitare la guarnigione dei mercenari svizzeri.

Nel 1815 con l’assegnazione di Genova al Piemonte, si cominciò subito a ricostruire il Castelletto, secolare simbolo del dominatore. In effetti Genova era recalcitrante, e mal tollerava essere assoggettata da una nazione così diversa, e per tradizione nemica della Liguria; una fortezza era necessaria per far capire bene ai Genovesi chi comandava.
Nel 1819 iniziarono i lavori, su disegni di Carlo Barabino e Giovanni Chiodo. La pianta era rettangolare, con baluardi agli angoli e cortile interno; le illustrazioni celo mostrano con le muraglie formanti una notevole ed esagerata scarpa, tale da essere quasi identica alla caserma di forte Begato, opera degli stessi ingegneri militari.

Tramonto sulla città

La stampa e l’opinione pubblica in Genova furono sempre pronte a condannare il Castelletto, anche a seguito dei nuovi tempi e nella visione più aperta delle genti d’Italia. Ne aupicavsano la demolizione i Consiglieri Comunali, e nel luglio 1848 viene proposta una legge per il suo disarmo. Ma nel 1848 si accavallano eventi funesti: la sconfitta inferta dall’Austria, catastrofiche le notizie portate dai disertori, i profughi d’oltre appennino che facevano ressa alle porte della città, fermenti popolari, la fame. Tutto concorse a far sollevare Genova, “Il popolo irato perché s’indugia a smantellare il Castelletto vuole atterrarlo con le sue proprie mani; circola un avviso che invita tutti i muratori e fabbri ferrai per atterrarlo, dicendo, faticherete l’intero giorno, ma vi poserete liberi su quel le ruine”. I lavori proseguono per giorni “Questa sera essendosi sparsa voce che il Governo avrebbe domani impedito la demolizione de’forti, il popolo stabilisce d’andarvi domani, ad atterrarli completamente, e intanto con grandi barili di catrame acceso si rischiarano i luoghi di Castelletto ove stanno i muratori a demolirlo, La moltitudine a quel bagliore s’affatica al lavoro”. (E. Celesia)
Il forte fu completamente raso al suolo dopo neppure trenta anni dalla sua costruzione; al suo posto furono edificati degli immobili che per quei tempi erano considerati popolari a causa della distanza dal centro e delle difficoltà di percorso. Il prezzo ricavato dalla vendita dell’area di Castelletto venne devoluto al risarcimento dei danni arrecati ai cittadini dalle truppe del La Marmora durante la repressione dei moti del 1849. I caseggiati sorgono sulle stesse fondamenta del forte, e la piazzetta interna ne calca il perimetro del cortile. Alcuni resti della cinta sono individuabili lungo la salita S. Gerolamo. 

Panorama sulla città dalla Spianata di Castelletto

(Tratto da “Fortificazioni campali e permanenti di Genova” di R. Finocchio, Valentini Editore)